mercoledì, Febbraio 11, 2026
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Questa miniserie thriller del 2018 è ancora oggi un capolavoro che tutti dovrebbero vedere

C’è un tipo di thriller che vive di svolte, cliffhanger e colpi di scena piazzati con il righello, e poi c’è una miniserie thriller che ha fattoo quasi il contrario: ci ha preso per mano e ci ha trascinato lentamente dentro un malessere che non ha fretta di mostrarsi. Uscita su HBO tra l’8 luglio e il 26 agosto 2018 in otto episodi, Oggetti taglienti diretta da Jean-Marc Vallée e creata da Marti Noxon adattando l’omonimo romanzo d’esordio di Gillian Flynn (pubblicato nel 2006) è rimasta impressa perché non usa il mistero come semplice motore narrativo, ma come un varco. Un varco verso una città e, soprattutto, verso una persona che torna a casa sapendo già che quel ritorno farà male.

La protagonista è Camille Prekergiornalista interpretata da Amy Adams: quando le viene affidato un servizio sull’omicidio di una ragazzina e sulla scomparsa di un’altra, è costretta a rientrare a Wind Gap, Missouri, il luogo da cui era scappata e che sembra non essersene mai davvero andato dalla sua testa. L’indagine è lì, chiara e urgente, ma Oggetti taglienti fa capire presto che il nodo più stretto non è “chi è stato”, bensì che cosa Wind Gap fa alle sue figlie. Camille si ritrova di nuovo sotto lo stesso tetto di Adora, la madre interpretata da Patrizia Clarksonuna donna capace di esercitare controllo e crudeltà senza alzare la voce, e accanto ad Amma, la sorellastra adolescente di Eliza Scanlen, che oscilla tra l’innocenza ostentata e una teatralità inquietante. Il detective Richard Willis (Chris Messina) prova a tenere il caso su binari razionali, ma la serie lavora di sottrazione: ogni conversazione, ogni gesto, ogni silenzio pesa quanto un indizio.

Il motivo per cui Oggetti taglienti è ancora oggi un piccolo capolavoro sta nel modo in cui fonde la tensione del crimine con il ritratto di un trauma che si eredita e si maschera. Vallée ha costruito un racconto che sembra fatto di schegge: flash, ricordi e sensazioni arrivano all’improvviso, senza avvisi, come se lo spettatore fosse dentro la mente di Camille e non davanti a un semplice “mistero”. Anche i dettagli più concreti sono diventati un linguaggio: il corpo della protagonista, segnato dall’autolesionismo, non è un elemento di shock gratuito, ma parte della grammatica della storia. Gillian Flynn, parlando del senso di quelle cicatrici, ha spiegato: «Il motivo per cui ho scritto delle cicatrici, di Camille che scrive sulla sua pelle, è stato perché sentiva quella miseria del tipo: “Perché nessuno può vedere quanto dolore provo?”». È una frase che chiarisce tutto: la serie non cerca l’effetto, cerca la verità emotiva.

A questo si somma un lavoro attoriale chirurgico: Adams regge il peso della narrazione con una debolezza mai compiaciuta, mentre Clarkson rende Adora una figura quasi mitologica nella sua freddezza, tanto da vincere il Golden Globe 2019 come miglior attrice non protagonista in una serie/miniserie o film TV per quel ruolo. E quando Oggetti taglienti arriva al traguardo, lo fa senza “concludere” in modo rassicurante: chiudendo il caso, sì, ma lascia addosso l’idea che certe ferite non siano un colpo di scena. Siamo un sistema. E che proprio per questo, anche oggi, valga ancora la pena attraversarle.

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