Chuck Norris è morto a 86 anni pochi giorni dopo il suo compleanno, arrivato lo scorso 10 marzo 2026. Un ultimo messaggio ai fan: “Non invecchio, salgo di livello”. C’era del cinema anche in quelle sue ultime parole. Non sapeva l’uomo che 10 giorni dopo lo avrebbe sopraffatto un malore rivelatosi determinante, ma al netto di imprevisti e tragedie resta un’ultima grande lezione che chiude – metaforicamente – un cerchio perfetto. Vivere al massimo per dimostrare di farcela, anche quando sembra l’esatto contrario.
Norris, infatti, agli occhi del suo pubblico ha cambiato il concetto di forza e risolutezza non per quello che è riuscito a fare con le arti marziali ma per il contributo che nella sua vita ha dato il cinema. Con la settima arte, infatti, Norris ha avuto una sorta di “scambio alla pari”. Tanto è riuscito a dare lui al cinema (senza dimenticare l’importanza delle serie tv) e altrettanto gli è stato restituito. In termini di celebrità, ma anche di sopravvivenza. Usare questo termine non è esagerato, né tantomeno fuori luogo perché l’attore americano ha iniziato a recitare e performare di fronte a una telecamera come reazione al bullismo.
Chuck Norris, l’infanzia difficile e il riscatto nelle arti marziali
L’interprete, nello specifico, ha vissuto un’infanzia difficile tra bullismo e problemi familiari. Il padre, racconto Ray Norris, camionista dedito al lavoro e alla fatica affogava i suoi problemi e lo stress nell’alcol. Condizione che ebbe ripercussioni importanti all’interno del nucleo familiare. Ecco perché, poi, suo figlio si è rifugiato nella lotta e nelle arti marziali. Il soprannome Chuck gli venne attribuito in Corea del Sud, dove arriva nel 1958 per cominciare gli allenamenti di Tangsudo. Disciplina molto simile al karatè – anche se leggermente più intensa – che mescola il potere della meditazione e del controllo all’intensità e la rapidità dei colpi sferrati.

Norris diviene cintura nera in pochi anni e, dopo numerose lezioni e stagioni scandite da sacrificio e disciplina, sceglie di prendere la propria strada didattica fondando il Chun Kuk Do. La “via universale”, così ha definita l’insieme dei suoi insegnamenti, che riesce a ripristinare la calma e il controllo del proprio corpo assieme alla potenza fisica da sfruttare come valore aggiunto difensivamente. Si risponde soltanto in caso di attacco. Questa è la base per iniziare un cammino di autoaffermazione identitaria e fortemente riconoscibile scandito da mosse e atteggiamenti da replicare dentro e fuori il tappeto di combattimento.
L’incontro con Steve McQueen
L’insegnamento di tale disciplina rende Chuck Norris riferimento in ambito internazionale, prima ancora dell’approdo al cinema. Il rapporto con la settima arte si intensifica intorno al 1965 grazie al contributo di Steve McQueen. L’attore ha conosciuto Norris in veste di insegnante del figlio che si stava allenando proprio in quella che era una palestra di Chun Kuk Do. Tra una lezione e l’altra, McQueen rimase folgorato soprattutto per i valori che insegnava questo maestro sui generis al figlio.

Inoltre aveva notato che, in pedana, si muoveva con una grazia fuori dal comune. Potenza, garbo e presenza scenica. Tre aspetti fondamentali difficili da ignorare. Da quell’incontro inizia una ‘nuova’ carriera per Norris. Comincia come stunt-man e successivamente si specializza come interpreta. Un percorso non proprio immediato, passa qualche tempo prima del grande ruolo. La svolta che gli ha permesso di continuare a combattere non solo per ridurre lo stress oi cattivi pensierima anche e soprattutto per cercare di ottenere copioni e parti da interpretare. Vivere il combattimento come valore aggiunto in termini artistici. Azione, reazione e riscatto.
L’amicizia con Bruce Lee e il cinema come rivincita
Un ciclo che Norris cercava di attuare sin da bambino, ormai è diventato uomo e non ha più paura dei bulli. Il tema, però, di essere sfruttato: una paura che riesce ad archiviare soltanto grazie alla conoscenza di Bruce Lee. I due attori, della stessa pasta ma con influenze artistiche diverse, si incontrano durante una dimostrazione di karatè a Long Beach. Correva l’anno 1969, l’inizio di una grande (e generosa, in termini artistici) amicizia.
Fu proprio Bruce Lee a offrire a Norris il ruolo che gli diede la stura verso le passerelle del grande cinema. Il film è storico: “L’urlo di Chen che terrorizza l’occidente”. Una pellicola di repertorio famosa anche per il combattimento finale tra Lee e Norris. La forza di quella scena è l’intensità: uno scontro che diventa quasi coreografico per movenze e alternanza cadenzata. Un passo a due che, invece, di ripristinare mera violenza, strizza l’occhio alla grazia e diventa un precedente importante per quel che riguarda la trasposizione delle scene d’azione sul grande schermo. I suoni tra un colpo e l’altro sono il miglior “dialogo” possibile fra due eccellenze un confronto.
L’urlo di Chen e la “nuova grammatica” del combattimento
Il sodalizio rende talmente bene, anche in termini di numeri e incassi, che Bruce Lee richiama Norris anche per L’ultimo combattimento di Chen. L’interprete americano, leggermente più conosciuto, rifiuta il ruolo perché sentiva che qualcosa non andava. Una sensazione che combacia, almeno secondo le cronache, con la divisa di Bruce Lee. Nel 1973, infatti, Chuck Norris si ritrova a versare lacrime amare trasportando a spalla il feretro di quello che riteneva essere un amico.. Non a caso, dopo la dipartita odierna, l’attore americano (anche nelle raffigurazioni di qualche vignettista) appare accanto a Lee davanti alle porte del paradiso.
Tornando, invece, passato recente: Norris prese parte ad altri film particolarmente riusciti. In primo piano troviamo sicuramente Rombo di Tuono e Delta Force. Senza contare anche Il Tempio di Fuoco. Il valore aggiunto che l’interprete dava alle opere era proprio quello di ripristinare una grammatica della violenza che esulava dalla crudezza più pura. C’era sempre una contestualizzazione che faceva somigliare ogni gesto a un intento artistico più che a un semplice atto scellerato. Immane e mai volere.
Walker Texas Ranger e una nuova “età dell’oro”
Una scelta che ha portato avanti anche quando lo abbiamo visto primeggiare all’interno de I Mercenari. Un tributo scenico per tutto quello che ha fatto in questi anni, chi lo definiva – senza cognizione – un “pezzo da museo” ha dovuto fare i conti con una celebrità sempreverde caratterizzata anche dalla forte autoironia. La violenza è diventata un espediente artistico con il cinema, ma per lui le arti marziali sono sempre state un rifugio contro i soprusi di una vita non sempre clemente e l’unico modo per tenere lontano lo spettro del bullismo.
Punto fermo che porta a un altro grande successo, iniziato negli anni Novanta e proseguito fino ai giorni nostri grazie alle repliche ancora oggi molto presenti nei palinsesti italiani e non solo: Walker Texas Ranger. La serie televisiva in onda sulla CBS è incentrata sulle avventure di Cordell Walker. Ranger di Dallas che utilizza il proprio bagaglio di conoscenze e combattimenti per far rispettare la legge e difendere i più deboli dai soprusi dei potenti.
Lottare per i diritti di tutti
Un progetto che segna non solo la rinascita di Norris sul piano mediatico, ma anche – in qualche maniera – la volontà di mettere in primo piano quelli che erano i suoi ideali. L’arte marziale come strumento di difesa ed emancipazione. Un concetto veicolato anche grazie ai social. Nell’ultimo periodo artistico, infatti, Norris era molto amato anche dai più giovani per via dei meme su Walker Texas Ranger e la forza che aveva il protagonista.
Uomo che, però, ha sempre lottato per difendere i diritti di tutti e mai per ripicca, ritorsione o coercizione. Una sorta di lascito impresso ancora oggi nelle scene più significative di una carriera in Florida che, attualmente, arricchisce la storia internazionale del racconto per immagini. Il cambiamento passa anche da un ciak (nomen omen) inatteso.

