Capita spesso che alcuni film trovano il loro vero pubblico lontano da casa. È esattamente ciò che è successo a La chimerail film di Alice Rohrwacher che, dopo il passaggio in concorso al Festival di Cannes, ha conquistato la critica internazionale senza però riuscire a imporsi allo stesso modo in Italia. Una traiettoria che racconta molto non solo dell’opera in sé, ma anche del rapporto complesso tra il cinema italiano contemporaneo e il suo pubblico.
Eppure, parlare di semplice “buon riscontro” sarebbe riduttivo. All’estero, infatti, il film è stato accolto come una delle opere più affascinanti degli ultimi anni, capace di distinguersi in un panorama spesso dominato da narrazioni più convenzionali. Diverse testate di primo piano hanno sottolineato la forza del suo immaginario: Il giornalista di Hollywood lo ha definito «magico in maniera unica», mentre Varietà ha parlato di un’opera «incantevole», sospesa tra realtà e dimensione trascendente. Anche il Custode ha lodato il lavoro della regista, considerandolo uno dei suoi film più maturi e compiuti.
Un entusiasmo che non si è limitato alle parole. La chimera è stato inserito tra i migliori film del 2023 da realtà influenti come IndieWire e la National Board of Review, oltre a vincere il premio per la miglior scenografia agli European Film Awards. Un riconoscimento importante, che sottolinea l’attenzione quasi artigianale per l’immagine e per la costruzione di un universo visivo coerente e immersivo. Nonostante ciò, in Italia il film ha avuto una distribuzione più difficile e risultati al botteghino contenuti, fermandosi intorno a 1,3 milioni di euro.
A rendere ancora più evidente questo scarto è stato anche il percorso ai David di Donatello: pur partendo da un numero significativo di candidature, il film non è riuscito a portare a casa alcun premio. Un esito che ha alimentato il dibattito attorno alla ricezione del cinema d’autore in Italia, spesso più valorizzato all’estero che nel proprio paese d’origine. Non è un caso che la stessa Rohrwacher, insieme al protagonista, abbia ironizzato sulla difficoltà del pubblico italiano di trovare il film in sala, trasformando una critica reale in un momento di comunicazione diventato rapidamente virale.
Al centro della storia c’è Arthur, interpretato da Josh O’Connorun archeologo inglese segnato da un dolore profondo e coinvolto in un traffico clandestino di reperti etruschi nella Toscana degli anni Ottanta. Accanto a lui si muove un gruppo di tombaroli, figura sospese tra necessità e opportunismo, mentre il racconto si sviluppa come una ricerca che è al tempo stesso concreta e simbolica. Perché il vero “tesoro” di cui parla il film non è soltanto materiale, ma riguarda qualcosa di più sfuggente: il rapporto con il passato, con la memoria e con ciò che abbiamo perduto.
Ridurre La chimera alla sua trama, però, significherebbe limitarne la portata. Il film vive soprattutto di atmosfera, di immagini e di sensazioni, costruendo un tempo sospeso in cui il confine tra realtà e immaginazione si fa sempre più sottile. Rohrwacher lavora per sottrazione, evitando una narrazione lineare per lasciare spazio a un flusso più libero e suggestivo, in cui lo spettatore è chiamato a immergersi senza punti di riferimento troppo rigidi.
È proprio questa libertà a rendere il suo cinema così riconoscibile. La chimera si muove costantemente tra il concreto e il mitico, tra la terra e l’invisibile, restituendo un’Italia lontana dagli stereotipi più riconoscibili. Un paese arcaico, fragile, profondamente umano, che emerge attraverso dettagli, gesti e silenzi più che attraverso spiegazioni esplicite. Una scelta stilistica che, se da un lato può disorientare parte del pubblico, dall’altro rappresenta uno degli elementi più apprezzati dalla critica internazionale.
Non sorprende quindi che il film sia stato accolto con tanto entusiasmo fuori dai confini nazionali. In un contesto globale spesso dominato da prodotti standardizzati, l’opera di Rohrwacher viene percepita come qualcosa di autentico e raro, capace di offrire uno sguardo personale e non replicabile. È un esempio concreto di come il cinema italiano contemporaneo possa ancora trovare spazio e riconoscimento quando sceglie di seguire una visione precisa, senza adattarsi alle logiche più prevedibili del mercato.
E forse è proprio qui che si nasconde il paradosso più interessante. La chimera funziona come un promemoria: dimostra che l’universalità non nasce necessariamente da storie “globali”, ma può emergere anche da racconti profondamente radicati in un contesto specifico. Anzi, è proprio questa autenticità a renderli capaci di parlare a pubblici diversi, superando confini culturali e geografici.
A distanza di tempo, il film continua quindi a vivere di una doppia identità. Da un lato, è una delle opere italiane più apprezzate dalla critica internazionale recente; dall’altro, resta un titolo che in Italia non ha ancora trovato il pubblico che meriterebbe. Ed è proprio per questo che oggi più che mai appare come una perla da riscoprireun film che sfugge alle logiche del consumo immediato per imporsi lentamente, attraverso il passaparola e la curiosità di chi è disposto a lasciarsi sorprendere.
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