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Alberto Sordi, raccontato da Luca Manfredi, è un film tv al sapore di cinema d’autore: i motivi per rivederlo su RaiPlay

Sei anni fa è uscito un film che doveva essere un tributoma è diventato un esempio da seguire. Un vero e proprio trattato su come affrontare i biopic cinematografici senza scadere nel banale. Ricordare qualcuno, specialmente se famoso, che non c’è più è sempre complicato. Il rischio maggiore è quello di retorica alimentare anziché suscitare emozione e nostalgia. Allora, per evitare ogni tipo di cortocircuito, è bene affidarsi a chi l’espressione maneggiare con cura la prenda come un monito da seguire anziché venire un’esortazione di comodo.

La persona giusta, in tal senso, è Luca Manfredi. Regista che ha già avuto modo di riportare i biopic alla ribalta attraverso il racconto cinematografico di Nino Manfredi. Suo padre. L’opera si chiama In Arte Nino ed è del 2017nel 2021 arriva un altro documentario di famiglia dal titolo Uno, Nessuno, Centonino. A parte i giochi di parole, Luca Manfredi sa maneggiare i materiali d’archivio (non solo perché nel caso di Nino Manfredi aveva gli scritti dentro casa) senza risultare morboso o fuori luogo.

Luca Manfredi ei biopic cinematografici

Le opere su suo padre sono due gemme profondamente emozionanti e tanto diverse tra loro. In Arte Nino è un biopic in cui la parte di Manfredi padre la fa Elio Germano, mentre la moglie Erminia Ferrari è interpretata da Miriam Leone. Una rielaborazione della gioventù del compianto interpreta, dagli esordi all’affermazione nello spettacolo italiano, garbata e particolarmente sentita. Un’attenzione che Luca Manfredi non riserva esclusivamente all’immagine di suo padre per domande di parentela.

Edoardo Pesce e Lillo Petrolo in Permette Alberto Sordi
Edoardo Pesce e Lillo Petrolo in Permette Alberto Sordi (profilo Instagram ufficiale) – Cineblog

La stessa grazia e cura nei dettagli più intimi la ritroviamo in Permette? Alberto Sordi. Il cinema di genere incontra la biografia e il risultato è straziante, ma anche profondamente veritiero. Quest’autenticità è descritta da una serie di passi scenici che armonizzano il contesto del dopoguerra. Quando Sordi non era ancora Alberto Sordi, ma solo un giovane di belle speranze che doveva faticare per ottenere un pizzico di attenzione. Il sogno della recitazione era alla base delle sue giornate, ma tra il dire e il fare c’erano una serie di ostacoli che potevano portare il compianto attore a cambiare strada.

La forza del cast artistico

Questa epopea è narrata benissimo con un cast corale composto da nomi noti e altisonanti: da Edoardo Pesce (nei panni di Alberto Sordi) a Lillo (che interpreta Aldo Fabrizi) fino a Paola Tiziana Cruciani e Giorgio Colangeli che incarnano i genitori di Sordi. Menzione speciale per Federico Fellini che, in questo contesto, è interpretato da Alberto Paradossi. La forza di questo biopic, come è stato per il film su Manfredi, è quella di fermare un attimo prima del lieto fine.

Permette Alberto Sordi Edoardo Pesce nei panni del celebre e compianto attore
Edoardo Pesce nei panni del celebre e compianto attore (Instagram profilo ufficiale) – Cineblog

Sordi arriva al successo, con la volontà di girare Un Americano a Roma che lo avrebbe portato alla consacrazione definitiva nel mondo del cinema, e il film si ferma. Partono i titoli di coda con relativi ringraziamenti. Al regista non interessa andare a raccontare il successo di Sordi. Non vuole porre l’accento sul divo, ma su quel che è stato prima. I patemi vissuti, gli ostacoli, le tribolazioni e le amicizie che – se vere – salvano la vita più di qualunque altra cosa. Il legame con Federico Fellini è testimonianza di tutto questo. Specchio di un’Italia che, subito dopo la fine della guerra, voleva rialzarsi con tutte le cicatrici e il peso di battaglie vinte con troppe ferite ancora aperte.

Un mutamento prospettico

Il neorealismo e quello spazio per ridere, a colpi di rivoluzione dei costumi, che ancora non c’era ma serviva come una boccata di ossigeno. Allora Sordi è arrivato sulla scena, prima con il doppiaggio, poi con Lo Sceicco Bianco e successivamente I Vitelloni di Fellini, a sparigliare le carte. Manfredi però fa vedere i tempi della ribalta e del riscatto mediatico solo dopo aver posto l’accento sulla fatica che il protagonista fa per cercare di arrivare ad avere un nome.

Grande risalto, infatti, alle cadute dell’artista: le cacciate dalle accademie, i pomeriggi passati in radio come doppiatore a sgomitare per un posto fra i grandii baffi incollati con il mastice per passare i provini. Questo e altro con l’amore e le divagazioni che un giovane come Sordi, prima di diventare un’icona, doveva avere e ritrovare.

La vita vissuta incontra il grande schermo

Il mix perfetto di tutte queste componenti fa sì che Permette? Alberto Sordi diventi molto più di una biografia e possa elevarsi a uno spaccato di vita vissuta e rielaborata attraverso la cinematografia d’autore. Un’altra Italia che aveva la forza di rialzarsi dopo aver toccato il fondo, anche dal punto di vista artistica.

Manfredi ha reso benissimo tutto senza offrire quella sensazione di dejavù che avrebbe potuto annoiare il pubblico. L’opera è ancora disponibile su RaiPlay e rivederla vuol dire anche immergersi in un passato che potrebbe avere alcune analogie con i tempi moderni. La storia (anche quella cinematografica) è fatta di corsi e ricorsi.

Un patrimonio da preservare

Il regista romano è stato bravo e attento nel rintracciarli creando un leitmotiv ben saldo tra passato e avvenire con il valore aggiunto della memoria e del talento di chi non c’è più, ma ha lasciato un patrimonio artistico da difendere e coltivare affinché determinate performance non si perdano nell’oblio figlio del tempo che non perdona. Diventa, semmai, occasione di riflessione anche grazie a un film così.

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