All’apice del neorealismo brilla il nome di Pietro Germi, genovese di nascita, scomparso a Roma il 5 dicembre 1974 e uno dei registi più influenti del cinema italiano. Germiè stato un indagatore acuto delle fragilità umane, delle ipocrisie sociali e delle passioni che agitano la quotidianità, discostandosi dalla “classica commedia all’italiana” da cui fu sicuramente ispirato, ma creandone una diversa, fatta di assassinii, fame, gelosie, malavita, miseria e morte.
Un modo il suo, di ironizzare sulle disgrazie, tipicamente italianoche richiama i grandi scrittori da Boccaccio a Machiavelli fino alla commedia dell’arte. Appassionato della Sicilia (a almeno.. apparentemente) da cui attinse usi e costumi e come si disse in un’intervista del passato”i loro problemi sentimentali”, creò dei veri e propri capolavori in pellicola. “Non credo siano problemi sentimentali esclusivamente siciliani” rispose in passato al giornalista, lo stesso Germi, in una delle sue rare esposizioni al pubblico “Io credo che in Sicilia siano solo un pochino esasperati quelli che sono i caratteri degli italiani in generale. Oserei dire che la Sicilia è l’Italia due volteE la Sicilia infatti appare più volte nei film in bianco e nero del regista, che oggi guardiamo incantati, attraverso un modo di raccontare intuitivo e straordinariamente moderno.
Il dramma come lente d’ingrandimento e la rivoluzione della commedia
Cinquefilmnon solo ambientati in Sicilia, distanti per tono e costruzione ma uniti da una visione comune, bastano per comprendere la grandezza di Pietro Germi. Cinque opere che restituiscono l’immagine di un Paese contraddittorio, pieno di tensioni morali: Il ferroviere, Un maledetto imbroglio, Divorzio all’italiana, Sedotta e abbandonata e Signore & signori. Ognuno di questi titoli è un tassello imprescindibile di un discorso più ampio, attraverso il quale Germi ha ridefinito i confini del cinema italiano.

Prima della svolta comica, Germi si afferma con un cinema drammatico intenso e venato di realismo. Il ferroviere (1956) è il ritratto di un uomo schiacciato dalle colpe, dalle fragilità e da una società che lo giudica senza pietà. È un film che parla di lavoro, di dignità ferita, di una famiglia che si sgretola e tenta di ricomporsi. Germi non concede scorciatoie: costruisce un personaggio complesso, tenero e brutale, e attraverso di lui racconta un’Italia che cambia troppo rapidamente per chi resta ai margini.
Tre anni dopo, con Un maledetto imbroglio (1959)il regista affronta invece il giallo. Pur ispirandosi a Gadda, Germi costruisce un’opera profondamente cinematografica, asciutta e modernissima nel ritmo. Il commissario Ingravallo, interpretato dallo stesso autore, non è un eroe senza macchia, ma un uomo immerso in un mondo torbido dove il confine tra vittime e carnefici è spesso invisibile. Nel caos di una Roma popolare e pulsante, il film diventa un ritratto della miseria morale che si nasconde dietro porte chiuse e rispettivi apparenti.
Il 1961 dà l’inizio alla metamorfosi: Divorzio all’italiana è la commedia che ridefinisce un genere, tanto da ispirarne il nome stesso. Qui Germi affila la satira fino a trasformarla in un bisturi che incide senza pietà i costumi di un Paese ancora imprigionato da leggi arcaiche e moralismi soffocanti. Il barone Fefè, interpretato da uno straordinario Marcello Mastroianni, è un aristocratico che non riesce a liberarsi da un matrimonio infelice in un’Italia che ancora proibisce il divorzio, ma tollera – con grottesca leggerezza – il delitto d’onore. Il risultato è incredibile: comicità nera, osservazione sociale e ironia elegante ma tagliente. Il film ha ottenuto anche tre candidature all’Oscar vincendo la statuetta per la migliore sceneggiatura originale.
Il regista prosegue il discorso sulla società ei suoi paradossi con Sedotta e abbandonata (1964): feroce racconto dell’onore familiare in Sicilia. Attraverso l’ossessione di don Vincenzo nel preservare la rispettabilità della propria casa, il film mette a nudo un sistema che schiaccia le donne e intrappola gli uomini nell’inganno del potere paterno. Qui l’umorismo diventa un’arma per denunciare l’assurdità di regole non scritte, tramandate come sacre. Contro Signore e signori (1966) invece Germi sposta lo sguardo al Nord Italia, ma il meccanismo sociale è lo stesso: dietro la facciata elegante di una provincia veneta prospera si cela una rete di tradimenti, ipocrisie, abusi e maldicenze. L’apparente ordine si sgretola sotto il peso del desiderio e della meschinità. La commedia diventa quasi antropologica, e mette a nudo una borghesia che vive solo di apparenze.

