venerdì, Giugno 26, 2026
HomeMusicaLa corda di velluto (1997) - L'anima italiana

La corda di velluto (1997) – L’anima italiana

Dedicare un articolo a un album come The Velvet Rope di Janet Jackson, che nel 2027 compirà trent’anni dalla sua pubblicazione, è un gesto che nasce dal desiderio di restituire alla musica una minima parte di ciò che negli anni ha saputo darmi.

Dal primo ascolto, testi introspettivi e sonorità neo-soul ed elettroniche mettono l’ascoltatore di fronte a una nuova versione di sé, facendo risuonare paure, rabbia, vergogna e il bisogno di sentirsi a casa nel proprio corpo e nelle relazioni.

Dopo un lungo periodo di depressione, a metà anni ’90, Janet ei suoi produttori di lunga data, Jimmy Jam e Terry Lewis, si trovano in una fase di stallo creativo ed esistenziale. L’immagine pulita della performer pop dalla voce fiabesca che aveva caratterizzato i primissimi anni della sua carriera era stata superata con la pubblicazione di janet. (1993), un album che segnava una svolta decisiva verso l’esplorazione dell’autonomia affettiva, sessuale e identitaria. Con questo lavoro, Janet si allontana dalle origini familiari conservatrici e comincia a costruire un’identità più definita, personale e artistica. Ma il successo globale dell’album e del tour che lo accompagnò la travolgono, facendo emergere fragilità profonde. Quegli anni, come lei stessa avrebbe rivelato in seguito in alcune interviste, furono segnati dalla sofferenza legata ai disturbi alimentari e da profondi sentimenti di autosvalutazione del proprio corpo. All’origine di The Velvet Rope, prodotto tra il 1996 e il 1997, sembra quindi esserci un coacervo di sentimenti negativi, dominati da un senso di inferiorità e indegnità.

“My Need” è il titolo di una delle tracce contenute in The Velvet Rope e, forse, la più rappresentativa dell’orizzonte emotivo dell’album. Con questa traccia Janet riporta l’individuo al centro, nel tentativo di ritrovare il proprio bisogno interiore: ciò di cui ognuno di noi necessita per stare bene. La ricerca del benessere interiore costituisce infatti il ​​fulcro attorno a cui ruotano l’intero album e il lavoro creativo di Janet, Jimmy Jam e Terry Lewis. Abitare con serenità la propria pelle, mettendo da parte le richieste sociali e valorizzando il proprio vissuto emotivo. Ed è forse per questo che The Velvet Rope, in una società in cui la vita emotiva occupa uno spazio sempre più centrale nel discorso pubblico e sui social, continua a suonare così attuale.

Mentre scrivo ripenso a una frase che ho letto qualche settimana fa in uno dei tanti post di pagine ispirazionali su Instagram: “the only way out is through”. Credo che descriva bene il processo creativo dietro a un album come The Velvet Rope. È un album in cui Janet, a partire dall’uso della voce, lascia spazio all’esplorazione della rabbia e della frustrazione. L’uso aggressivo di percussioni e chitarre elettriche – con incursioni rock in alcune tracce – veicola un senso di liberazione, quello di una rabbia antica che finalmente emerge. Emblematiche in questo senso sono tracce come “You” e “What About”.

La prima è una vera e propria esortazione a vivere una vita autentica, senza cercare l’approvazione altrui. È il manifesto poetico dell’album, urlato e mormorato allo stesso tempo. In “What About”, invece, si viene prima travolti dal senso di impotenza che accompagna una relazione disfunzionale e violenta, e poi dalla forza necessaria per rompere quel circuito tossico e autopreservarsi. Il messaggio è chiaro: stare bene con se stessi, a costo di attraversare la solitudine.

Accanto a questo nucleo di tracce dalle sonorità cupe, un altro gruppo di canzoni lascia un segno indelebile nell’“orecchio emotivo” dell’ascoltatore. In brani come “Got ‘Til It’s Gone”, “Empty”, “Every Time” o “My Need”, sonorità neo-soul, ritmi futuristici e accenti hip hop accompagnano testi che esplorano la debolezza in molteplici forme. Connettersi con la propria debolezza, qui, significa attraversare le ferite e le esperienze emotive personali per guardarsi da una prospettiva diversa. In “Got ‘Til It’s Gone”, ad esempio, Janet canta l’urgenza di recuperare il legame con il passato, anche quando doloroso, per coglierne gli insegnamenti e crescere. Un messaggio che ritorna anche nel Sankofa, simbolo della tradizione Akan che Janet si tatuò in quegli anni e che invita a tornare al passato per recuperare ciò che è necessario al futuro. “Every Time”, invece, è la traccia in cui la debolezza assume le note malinconiche di chi fatica a lasciarsi andare in una relazione per paura di essere ferito di nuovo (“Così spaventata di innamorarsi, spaventata di amare così in fretta”). In “Empty”, con sonorità futuristiche e ritmi sincopati, Janet racconta l’illusione dell’amore virtuale, quello che corre sui binari dell’iperconnessione globale: un’anticipazione sorprendente delle dinamiche del digital dating e delle sue distorsioni.

Infine – ma non certo per importanza – un altro gruppo di canzoni esplora l’affettività queer e la sessualità nelle sue molteplici sfaccettature. In “Free Xone” e “Tonight’s The Night”, la ricerca di autenticità che attraversa tutto l’album si estende anche all’esperienza queer, presentata non come provocazione, ma come una delle tante forme possibili dell’esistere e dell’amore. Proprio queste furono le tracce che più scandalizzarono il pubblico conservatore che aveva seguito Janet fin dagli esordi, all’inizio degli anni ’80, e che era tanto affezionato alla sua immagine di “family” pop star.

Ascoltare The Velvet Rope è un viaggio non solo musicale e sonoro, ma soprattutto emotivo. Janet, Jimmy Jam e Terry Lewis hanno saputo creare un album concettuale unico, dove il tema centrale è l’essere umano nella sua natura relazionale. Introspezione e sfogo, ferite personali e slanci di autodeterminazione si alternano costantemente, creando un ottovolante emotivo che può cogliere impreparati. È un album adulto in ogni sua nota, che tocca le fibre profonde dei modi in cui entriamo in relazione con noi stessi, con la nostra immagine e con il mondo. La vera intuizione, forse, è che quella corda non esclude, ma segna il confine che ciascuno di noi è chiamato ad attraversare per incontrare le proprie ferite. Ed è forse per questo che, quasi trent’anni dopo, continua a parlarci con una voce sorprendentemente contemporanea.

Simone Boldreghini

RELATED ARTICLES

Most Popular