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la recensione del dramma familiare di Cristian Mungiu Palma d’oro a Cannes 79

La famiglia Gheorghiuprofondamente religiosa e di confessione evangelica, si è da poco stabilita in un villaggio affacciato su un fiordo norvegese. Alla coppia di genitori (l’ingegnere informatico rumeno Mihaiinterpretato da Sebastiano Stane la moglie norvegese Lisbetche ha il volto di Renate Reinsve) viene però tolto l’affidamento della numerosa prole – cinque figli e un neonato – a causa di un livido trovato sul volto della figlia adolescente. Nessuno le chiede il motivo, ma la rigida condotta imposta dai genitori, contrari a smartphone, Youtube e musica odierna e dediti alle punizioni corporali, è sufficiente a metterli alla gogna nella civilissima Norvegia ea destare più di un’ombra sui loro metodi educativi.

Il cineasta rumeno Cristian Mungiu è da sempre avvezzo a sondare microcosmi in cui far deflagrare punti di vista divergenti e contraddizioni profonde, tenendo saldo l’orizzonte di un cinema realistico e durissimo, in grado soprattutto di riflettere sui contraccolpi ambivalenti della morale (che non è mai una, e non è mai univoca). Dopo aver esplorato i pregiudizi in una comunità rumena verso degli immigrati dello Sri Lanka nel precedente Animali selvatici e aver mostrato i cortocircuiti della burocrazia del suo paese nel precedente Un padre, una figliaquesta volta ha deciso di espatriare in Norvegia per aggiungere un ulteriore, fondamentale tassello al suo mosaico di storie complesse e lacerante.

Fiordoche gli è valsa la seconda Palma d’Oro dopo quella conquistata nel 2007 con il dramma sull’aborto 4 mesi, 3 settimane, 2 giorniche aveva contribuito a svelare al mondo la forza espressiva del nuovo cinema rumeno, è il racconto minuzioso e particolareggiato di un meccanismo dialogico fallito, in cui qualcosa si è inceppato e dove la polarizzazione delle soggettività – una costante dei nostri tempi ottusi e miopi – finisce per fare solo danni e creare un grumo di contrapposizioni in cui risulta più che mai arduo distinguere i buoni dai cattivi, la verità dalla menzogna, l’inflessibilità dall’abuso vero e proprio. In questo senso è un film che rispecchia perfettamente la contemporaneità e il suo modo di maneggiare simili casi di cronaca, incluso l’ormai famigerata famiglia del bosco nostrana.

Non c’è infatti una possibile sintesi tra le due opposte visioni della vita e dell’educazione dei figli messe sul piatto: da un lato quella oscurantista di Mihai e dall’altro quella del locale presiede Mats, molto più aperto e permissivo (è proprio con sua figlia, Noora, che la figlia maggiore dei Gheorghiu, Elia, stringerà amicizia), che si fa carico di un modello di civiltà sulla carta accogliente e inclusivo ma anche pronto ad attivare il tribunale dei minori al minimo sospetto, per quanto non documentato né sorretto da risultare concreto. Scoperchiando così le zone d’ombra di una società nordica che, pur diversissima da un Est Europa con le sue rovine post-comuniste e corruzioni politiche più evidenti, si ammanta di un progressismo che si rivelerà altrettanto fallace, bieco e giudicante.

Mungiu è come sempre attento alla scrittura, che in Fiordo è ancora una volta una partitura serrata e densissima. La sua regia notoriamente asciutta si fa più che mai radicale, prediligendo una coralità della messa in scena in cui i primi piani sono praticamente banditi ea contare è sempre la composizione corale e naturalista dell’inquadratura, affollata di personaggi e movimenti orchestrati con grande maestria. Manca, però, il graffio al quale questo regista ci aveva da sempre abituati: non solo non ci sono sequenze degne, ad esempio, del magmatico confronto cittadino di Animali selvaticiinquadrato con un’unica ripresa fissa di vertiginosa potenza dialettica, ma anche la tenuta complessiva di Fiordo di scantonare nell’ambiguità rischia e perfino nel ricatto ai danni dello spettatore, gravato in maniera forse troppo ingombrante – e sempre sottobanco, in virtù del rigoroso ascetismo stilistico – della responsabilità di prendere una posizione e di decidere con chi schierarsi sulla base dei volutamente pochissimi elementi forniti.

L’altra faccia della medaglia di questo ingranaggio di intricata e per forza di cose scivolosa risoluzione, che non a caso sceglie una chiusa miracolistica in cui sollevarsi finalmente dall’aggravio del giudizio di merito su una vicenda spinosissima e controversa, è però quello di un film che non cerca d’identificare vittime o carnefici ma gioca nel confondere e rovesciare costantemente le acque e le forze in campo, lasciando più di una domanda sulla quale interrogarsi al termine della visione: il quesito principale riguarda senz’altro l’impossibilità, oggigiorno, di stabilire processi d’integrazione sani, che non finiscono per stritolare chi li vive e col lasciare scorie profondessime anche in contesti di benessere familiare apparentemente limpidi e pacificati.

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