Ci sono film che sembrano una semplice commedia romantica e invece, con la stessa naturalezza di una passeggiata serale, finisce per mettere in discussione tutta la tua esistenza. Mezzanotte a Parigi è uno di questi: parte da un’idea quasi patinata – uno scrittore americano perso dietro al mito di Parigi – e la trasforma in una riflessione molto più intima su quanto siamo disposti a lasciare andare la versione ideale della nostra vita per abitare davvero quella reale. E lo fa scegliere la città più adatta a custodire sogni e rimpianti, una Parigi che di notte sembra allungare le ombre fino a toccare il passato.
L’incanto di una città che sa parlare ai sognatori

Gil Penderinterpretato da un Owen Wilson sorprendentemente misurato, è un uomo che vive di piccole dimensioni nevrosi e grandi ideali. Sono convinto che l’epoca d’oro sia altrove, in un altrove per lui molto preciso: la Parigi degli anni Venti. La stagione dei Fitzgerald, di Hemingway, dei pittori che scolorivano la notte con i loro entusiasmi. Nel tentativo di tenere insieme sogni e frustrazioni, Gil è si una figura vicinissima a molti personaggi alleniani, ma ha qualcosa di diverso: è un nostalgico affettuosonon un cinico stanco. È un uomo che ha ancora voglia di lasciarsi sorprendere.
E Parigi, nel film, lo sorprende davvero. Non quella da cartolina, ma un’idea di città che sembra conoscere i pensieri di chi la attraversa. Le sue luci soffuse, i vicoli che invitano alla deviazione e alla divagazione, diventano un invito all’immaginazione. È proprio camminando, quasi per sbaglio, che Gil finisce sulla soglia della mezzanotte, l’ora in cui tutto cambia. La trasformazione non avviene con un grande effetto speciale, ma con un’auto d’epoca che arriva come se fosse la cosa più naturale del mondo. In quel momento la città smette di essere solo uno sfondo romantico e diventa la complice silenziosa del suo salto fuori dal tempo.
L’incontro tra ciò che siamo e ciò che vorremmo essere
Quando Gil si ritrova seduto accanto ai suoi miti letterari (ammettiamolo, è il sogno un po’ di tutti noi conoscere i miti che hanno plasmato il nostro essere) la narrazione respira. Non c’è compiacimento nel modo in cui appare Hemingway, né reverenza teatrale nei dialoghi con Gertrude Stein. C’è piuttosto tanta tenerezza. Gil osserva queste figure con la meraviglia di un bambino che scopre che il proprio libro preferito può rispondere alle sue domande. Ed è proprio da questa sproporzione che nasce la parte più divertente, dalla naturalezza con cui personaggi giganteschi nella storia dell’arte affrontano le piccole ansie di un uomo comune.
La Parigi del passato è ricostruita come se fosse un ricordo più che un luogo fisico, reale. È una memoria collettiva che si materializza, una di quelle epoche che crediamo di conoscere senza averle mai vissute. E attraverso questa lente, Mezzanotte a Parigi suggerisce qualcosa che va ben oltre la dimensione romantica: l’idea che ogni tempo, osservato da lontano, diventi irresistibile. È per questo che Gil e Adriana (Marion Cotillard) sembrano specchiarsi uno nell’altra. Entrambi idealizzano qualcosa che non possono avere, entrambi credono che la felicità risieda in un’altra epoca. Ma la loro somiglianza, anziché unirli, li divide, perché la nostalgia, nel film, è una chimera che cambia forma appena cerchiamo di afferrarla.
Il fascino del passato, ci dice Woody Allen, è un inganno gentile. Una consolazione. Una malattia meravigliosa che affligge chiunque abbia un cuore un po’ troppo sensibile. Eppure, come accade spesso nelle sue opere migliori, l’ironia interviene per rimettere tutto al proprio postoviene. Ogni epoca ha la sua nostalgiaogni generazione crede che quella precedente fosse un Eden perduto. Se negli anni Venti c’era chi sognava la Belle Époque, nel 2050 ci sarà forse qualcuno che rimpiangerà la nostra caotica modernità, chi può dirlo.
Vivere davvero: la lezione più dolce di Midnight in Paris

Ciò che rende il film uno dei più riusciti di Woody Allen non è né il gioco temporale, né la sfilata di personaggi celebri, e neppure la fotografia avvolgente. È il momento in cui il protagonista comprende che non si può vivere a metà tra ciò che si desidera e ciò che si evita. La nostalgia, se non dosata, diventa una scusa per rimandare le scelte importanti. E Gil, che ha passato metà della vita ad aspettare un’ispirazione perfetta, scopre che l’ispirazione non è un luogo, ma una decisione.
Rispetto ad altri film del regista, che spesso puntano su un umorismo più tagliente o su un disincanto quasi brutale, qui il tono è sorprendentemente indulgente. Guarda dentro Manhattan l’intelligenza dei dialoghi si accompagna a un certo pessimismo sentimentale e in Punto di incontro domina un cinismo nerissimo sul destino e sulla colpa, Mezzanotte a Parigi sceglie la via opposta, quella di una favola adulta che non nega le delusioni, ma le trasforma in occasione di crescita. Il personaggio di Owen Wilson qui non è un antieroe schiacciato dagli eventi, è un uomo comune che trova, quasi per caso, il coraggio di riscrivere la propria storia.
Il film lo accompagna in questo percorso con leggerezza e quando torna alla sua epoca, non lo fa perché il sogno si è dissolto, ma perché ha finalmente capito che un sogno può essere un input, non una destinazione. La passeggiata finale nella notte non è, quindi, un epilogo romantico forzato, ma la presa di coscienza che il presente può essere amato quanto il passatose gli diamo la possibilità di sorprenderci.
Ed è in questo equilibrio tra commedia, immaginazione e dolcezza che Mezzanotte a Parigi continua a brillare come una delle opere più limpide e affettuose del cinema di Allen. Un film che ci ricorda che guardare indietro può essere rassicurante, ma guardare avanti può essere liberatorio.

