Norimberga è uno di quei film storici che suscita inevitabilmente l’attenzione e il dibattito critico e che come si dice “cade a fagiuolo!”. La pellicola diretta da James Vanderbilt che ha chiuso il Festival del Cinema di Torino non lasciano affatto indifferenti: al centro del racconto c’è una delle figure più controverse e oscure del Novecento, Hermann Göring, interpretato da un Russell Crowe sublime. L’attore riesce a ripristinare il carisma nero del generale e criminale di guerra tedesco, la sua ambiguità e la sua terribile forza manipolatoria, offrendo un ritratto complesso che ha conquistato pubblico e critica.
L’ambientazione è quella del dopoguerra europeo, un continente ancora avvolto nelle macerie morali e materiali del nazismo. Vanderbilt sceglie di concentrarsi non sui campi di battaglia, ma sul momento in cui la storia cerca di ristabilire un ordine: il processo di Norimberga, dove i vertici del regime vengono chiamati a rispondere dei crimini commessi. Qui si incrociano potere, giustizia e psicologia, e soprattutto si stringe il rapporto centrale tra Göring e lo psichiatra americano Douglas Kelley, interpretato da Rami Malek.
All’inizio la narrazione non rivela subito le dinamiche più delicate, ma semina indizi sulla natura di un confronto che non è solo giudiziario, ma umano e perfino intellettuale. In questo contesto, Crowe emerge progressivamente come un magnete scenicoche domina con disinvoltura ogni frame senza mai ricorrere a eccessi gratuiti. La sua presenza riempie l’inquadratura e ci dice chiaramente che il vero conflitto del film non si combatte in aula, bensì nella mente di chi cerca di comprenderlo.
Un Goring vivo, tridimensionale, inquietante
L’ingrediente speciale di Norimberga è la scelta di Crowe di restituire un Göring complesso, non ridotto a semplice incarnazione del male. L’attore lavora su postura, sguardi e dettagli corporei per evocare il peso storico del personaggio: un ex eroe di guerra precipitato negli abissi del potere assoluto, un uomo dotato di intelligenza superiore e di un carisma distorto che lo rese luogotenente di Hitler e artefice di alcune delle Politiche più crudeli del Terzo Reich.

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Il regista segue tutta la storia del personaggio nel tempo del processo: dall’arroganza iniziale, quando tenta di dominare i suoi accusatori, alla progressiva perdita di controllo dovuto alla salute precaria e alla dipendenza dalla morfina. L’incontro con Kelley aggiunge ulteriore profondità, attraverso un legame ambiguo, fatto di attrazione intellettuale e repulsione morale, di studio clinico e manipolazione, che mette in crisi le certezze del medico e rafforza la potenza drammatica della storia.
Parallelamente alla dimensione interiore del racconto, Norimberga ci parla in maniera lucida della nascita del diritto internazionale moderno, un argomento al centro dei dibattiti odierni. La ricostruzione dell’istituzione del tribunale, delle tensioni politiche e delle difficoltà legali è ben fatta con Vanderbilt che trova l’equilibrio giusto tra la vita privata dei personaggi e il quadro storico più grande, materiali utilizzando reali e sequenze documentarie che restituiscono tutta la brutalità dei crimini nazisti senza indulgere nel sensazionalismo.
La performance di Crowe, però, rimane il centro gravitazionale dell’opera: un “Goring luciferino”, come molti hanno scritto dopo la proiezione al Festival del Cinema di Torino. L’attore australiano, con la sua imponentenza scenica trasforma il processo in un teatro del potere in cui ogni gesto nasconde un calcolo. È una prova che ricorda quanto il cinema possa scavare nella storia non solo per ricordare, ma per comprendere le zone oscure dell’animo umano. Con una distribuzione italiana prevista proprio a dicembre 2025, Norimberga si prepara a diventare uno dei titoli più attesi dell’anno e perché no? Anche necessario.

