Gli Oscar 2026 lasciare il segno anche per storie come quella di Paul Thomas Anderson. Un regista considerato da tutti fra i migliori della sua generazione che non aveva mai vinto una Statuetta. Ci era andato vicino nel 2008, candidato per il Miglior Film con un’opera che – rispetto al genere che rappresenta – viene citata ancora oggi: Il Petroliere. L’Accademia, in quel contesto, scelse Non è un paese per vecchi dei fratelli Coen. Ad Anderson restò la possibilità di aver accarezzato un sogno sfumato, con la consapevolezza che il lieto fine sarebbe stata soltanto una questione di tempo e momento.
Mantra che si è trovato a ripetere in altre due occasioni: la prima nel 200o, il film in questione era Magnolia. Superato, solo in termini di categoria, da un’altra pietra miliare: Bellezza americana di Sam Mendes. La seconda occasione “sprecata”, se vogliamo usare questo termine, fu nel 1998 con Serate di boogie. La Statuetta in palio era quella per la Miglior Sceneggiatura e spettò all’opera Will Hunting – Genio ribelle. Molto più di un film: un vero e proprio trattato sociale. Così come un fenomeno da studiare stava diventando il legame di Anderson con gli Oscar.
Paul Thomas Anderson protagonista agli Oscar 2026
Un epilogo sempre a portata di mano, ma mai davvero possibile da concretizzare. Negli anni successivi, il regista non ha trovato e ottenuto la vittoria anche con altre opere stabilmente considerate fra le migliori del 21esimo secolo. Si consideri in primis Il Maestro per poi arrivare all’altro lavoro, ben più elaborato, che rappresenta l’uscita de Il Filo Nascosto. Anderson ha sempre visto festeggiare gli altri. Il 15 marzo 2026però, nella notte italiana con vista su Los Angeles, è arrivata la rivincita attesa per troppo tempo.

L’uomo non ha vinto una sola Statuetta: è riuscito a portarne a casa ben 3. Quella per la Miglior Sceneggiatura non originale, quella per la Miglior Regia e il più importante, per il Miglior Film. Gli Oscar che ha conquistato Una battaglia dopo l’altrain totale, sono 6 ma la metà vanno esclusivamente al regista. Riconoscimento che è molto più di un semplice ‘risarcimento’ per quanto accaduto in passato. Anderson stava soltanto aspettando il suo momento e, finalmente, è arrivato.
Un successo atteso per anni
Lo ha ricordato, quasi come se volesse togliersi un peso, anche durante il discorso di ringraziamento. Il regista nello specifico ha citato le opere che furono candidate nel 1975 all’interno della categoria Miglior Film. I titoli sono tutti dei capolavori: la morale è una secondo Anderson. “Non esiste un film migliore di altri. È solo una questione di momenti”. La lucidità con cui riesce a contenere l’emozione denota molto dell’educazione di un appassionato di cinema come è sempre stato: Anderson non fa il regista. Si sente tale ed è questa la differenza.
I trofei ei riconoscimenti che ottengono dipendono molto da come si sente ogni volta. Una battaglia dopo l’altra era un vero gioiello già dalle sue prime uscite, il trionfo agli Oscar ha dato ulteriore lustro all’opera. Questo vuol dire che un film o un regista non sono rappresentati soltanto da ciò che vincono, ma anche da ciò che attendono. Il tributo da Los Angeles Anderson lo aspettava da tempo, ora è arrivato tutto. Con i giusti interessi.
La première ai Golden Globe e ai BAFTA
Alla base di questo trionfo non c’è solo la pazienza del regista, ma tutta l’attesa di un’equipe che ha confezionato un lavoro certosino e preposto a fare la differenza in ogni contesto di categoria. Non che gli altri film di Anderson fossero meno validi o di impatto, semplicemente Una Battaglia dopo l’altra rappresenta al meglio il momento che il business sta vivendo e tocca le corde giuste anche sul piano emotivo con un cast corale praticamente impeccabile. Un’opera che, nella sua complessità rimane molto autoriale e al tempo stesso concepita per imporsi all’interno dei maggiori Festival europei (in cui già Anderson è una certezza) e non solo. Infatti aveva ben figurato già ai Critics Choice Awards, durante i Golden Globe e – dulcis in fundo – ai BAFTA.
Un lavoro costato 150 milioni di dollaricifra che la Warner Bros ha messo a disposizione di Anderson, che ha ripagato ampiamente le attese. Quando si parte da una base simile, significa che l’intento unitario è quello di portare l’opera – qualunque essa sia – in trionfo. Partendo da questo intento comune (e condiviso) Anderson si è speso in prima persona con i membri del cast. Basti pensare alle telefonate reiterate a casa Di Caprio. Averlo nel film, insieme ad altri richiami importanti come Benicio Del Toro e Sean Penn, porta pubblico e consensi già dalla prima proiezione.
Il contributo di Thomas Pynchon
Un mix in grado di mettere insieme azione, inseguimenti e umorismo. Tutto parte da Vineland, romanzo di Thomas Pynchon, che Anderson ha adattato in maniera scorrevole e dinamica sapendo coniugare riflessioni, pathos, azione e la dose giusta di comicità. Il regista ha alzato ancora una volta l’asticella dimostrando che l’America (e il cinema in generale) ha bisogno di opere che stimolino il dibattito ma sono in grado di alimentare anche qualche riflessione. Una battaglia dopo l’altra riesce a farlo senza appesantire la platea, ma conservando un’elevata soglia di attenzione che si traduce in un attacco graduale a un’opera in grado di rasentare la “perfezione” artistica: equilibrata, innovativa e affatto scontata.
Il compimento di quello che Anderson affermava agli inizi della propria carriera: quando diceva che l’adattamento dei romanzi doveva essere un viatico per portare al cinema nuova linfa. Ci aveva già provato nel 2014 con un altro lavoro scritto da Thomas Pynchon, il suo scrittore preferito. L’era del cinema Vizio di Forma.
Una battaglia dopo l’altra per arrivare al trionfo
La storia c’era e il ritmo era, anche in questo caso, piuttosto serrato ma le alchimie tra i vari componenti del set non portato hanno a un successo determinante. Così come invece è riuscito a fare Una battaglia dopo l’altra che tornerà in sala e su piattaforma dopo il successo a Los Angeles, ma già oggi porta con sè una consapevolezza ulteriore. Quella di aver alzato l’asticella e aver garantito il giusto tributo a un uomo che, negli anni, ha macinato professionalità e talento.
Dirigere star è possibile. Farlo con criterio è doveroso. Un principio che Anderson ha capito molto bene e gli anni passati ad attendere la ribalta sono serviti esclusivamente a prendere la ricorsa per un ultimo, determinante e fragoroso applauso che la platea gli ha regalato non appena ha stretto 3 delle 6 Statuette conquistate fra le mani. Momento immaginato da anni, troppi, e diventato realtà nel momento giusto. Una battaglia dopo l’altra, appunto, fra sogni di gloria inseguiti, attesi e sfiorati. Quando ormai la differenza tra veterano e icona, per Andersonè davvero minimo.

