domenica, Marzo 15, 2026
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Sean Penn è l’unico attore a cui non interessa promuovere la propria immagine agli Oscar: il retroscena, fra amore e odio, a poche ore dalla cerimonia

Domenica 15 marzo 2026 si terrà la cerimonia dei Premi Oscar 2026. Le Statuette, come vengono chiamate in Italia, rappresentano un riconoscimento molto ambito e dalle parti di Los Angeless – malgrado le polemiche, la crisi e qualche retroscena – non aspettano altro. La è anche un tributo al glamour internazionale nonché uno specchio sulle ultime tendenze in fatto di moda e stile internazionale.

Una sorta di vetrina per capire quali saranno le novità della stagione, un mix tra cinema, moda e spettacolo. Poi c’è la strategia: le candidature agli Oscar 2026 sono notec’è chi ne ha raccolte di più e chi invece ha portato a casa meno menzioni. Oltre ai film in concorso, tuttavia, ci sono in ballo anche i riconoscimenti per gli interpretati.

Oscar 2026, il valore di una statuetta

Nello specifico miglior attore, miglior attrice e miglior interprete non protagonista. In questo novero di possibilità ci sono candidature già annunciate e per fare presa sulla giuria è iniziato un lavoro di promozione parallelo a quella che sarà la manifestazione stessa. Attori e attrici si fanno vedere ovunque, portano in giro il proprio messaggio e la maniera di porsi per far capire che loro sarebbero – anzi, sono – le personalità giuste al momento giusto.

Avere un Oscar in casa oltre che essere un riconoscimento diventa uno spot permanente per se stessi. Un film con un Premio Oscar nel cast, anche successivamente all’annuncio, diventa un valore aggiunto per chi investe. Quindi l’importante è promuoversi perché chi vota – mai come in questo momento storico dove conta la professionalità ma anche un certo atteggiamento – valuta tutto.

La promozione degli attori

È cominciata dunque la propaganda generalizzata, per questa personalità come Giacobbe Elordi o Benicio Del Toro hanno già iniziato quelle che in gergo tecnico si chiamano pubbliche relazioni. Si fanno vedere in televisione, si lasciano intervistare all’interno dei podcast più seguiti e concedono alla stampa interviste che somigliano a una semplice chiacchierata ma in realtà sono una sorta di battistrada verso la gloria. Almeno quello possibile. Poi se i propositi diventeranno realtà lo deciderà l’Academy.

In mezzo a questo caos di divi acclarati, talenti in erba e veterani che aspettano soltanto una riconferma, c’è Sean Penn. Un attore che non ha bisogno di presentazioni e – a dirla tutta – neanche ha intenzione di garantirne. Lui esiste per Hollywood e il mondo del cinema da anni e il suo lavoro è sempre stato particolarmente coinvolgente.

Sean Penn e lo star system americano

Qualcuno potrebbe pensare che sia merito anche della promozione che è riuscito a farsi negli anni: non è affatto così. In realtà, come hanno rivelato persone vicine all’interprete, ha un pessimo rapporto con i riconoscimenti e le premiazioni. Non odia il pubblico, anzi è grato a tutti quelli che ancora si emozionano guardando una sua interpretazione. Lavora per questo. Soltanto che non ama l’entusiasmo posticcio che anticipa i grandi eventi. Penn, nello specifico, ha confermato che quest’anno sarà agli Oscar ma per convincerlo a partecipare alla cerimonia avrà dovuto letteralmente tirarlo per la giacchetta.

Oscar 2026 Sean Penn non ha promosso la sua immagine per la candidatura
Sean Penn e la sua avversione per gli Oscar (Instagram profilo ufficiale) – Cineblog

L’attore sarebbe rimasto volentieri a casa, a guardare la televisione oa vedere proprio la cerimonia degli Oscar, ma dal divano. Poi qualcuno, compreso il suo team di lavoro, deve avergli fatto notare che sarebbe stato meglio se avesse voluto trovare un vestito adatto – avendo un guardaroba fornitissimo – per essere presente a Los Angeles.

Una battaglia dopo l’altra e una “tris” storica

Il motivo è molto semplice: Sean Penn non sarà agli Oscar da semplice spettatore. L’interprete, infatti, è candidato come Miglior Attore non protagonista per il film Una battaglia dopo l’altra e nonostante tutto è l’unico fra i papabili a non aver fatto campagna per la potenziale vittoria. Non si è speso minimamente a favore di sè stesso: “Io sono qui, se volete votatemi”. Altrimenti pazienza, verrebbe da aggiungere. Lo ha aggiunto l’attore stesso, non a parole ma con l’atteggiamento.

La scelta, tutt’altro che strategica, di mantenere un profilo basso è figlia della scaramanzia (qualora Penn dovesse vincere rientrerebbe nel novero ristretto di interpreti che hanno vinto tre Oscar, come lui soltanto Jack Nicholson, Daniel Day-Lewis e Walter Brennan) e della volontà di non essere sotto pressione dopo tanta esperienza e una florida carriera che non ha bisogno di riconferme. Tuttavia, se lui non sente la pressione, il suo entourage sì: sono diversi giorni, infatti, che il team di lavoro lo prega per portare a termine le ultime operazioni preparatorie all’evento.

La totale avversione per l’Academy

Solitamente è sempre molto disponibile, Sean Penn, quindi se è messo in condizione di presenziare alla manifestazione: vestito, cappello in tiro e persino un discorso preparato in caso di vittoria. Non che prima andasse in giro in maniera trascurata, ma gli Oscar hanno bisogno di un protocollo particolare che va rispettato: dall’abbigliamento all’atteggiamentopassando per i saluti istituzionali alle giurie prima di entrare. Tutte cose che Penn conosce bene e che odia.

Non sopporta l’etichetta, i finti sorrisi e le strette di mano di facciata: “L’Academy è eccezionalmente codarda quando si tratta di far parte di un mondo di espressioni più grande, e anzi ha aiutato a limitare l’immaginazione e le forme di espressione culturale diverse dal solito. Questo è quello che l’attore ha rivelato a Variety quando qualche anno fa venne ‘snobbato’ dalla critica il film The Apprentice su Donald Trump.

Il rapporto con Paul Thomas Anderson

Parole che rappresentano la summa di un pensiero preciso. Agli Oscar ci tiene, ma non ama il contorno che porta ad essi. Compreso un determinato atteggiamento della giuria di riferimento. Sean Penn non ha mai risparmiato nulla, dentro e fuori dalla scena. Si è sempre schierato per quello in cui ha creduto e crede davvero, come l’amicizia con alcuni amici e colleghi. Motivo per cui lo abbiamo visto a qualche presentazione di Una battaglia dopo l’altra su preciso invito di Paul Thomas Anderson.

Il regista lo ha voluto nel film e Penn, in segno di “fratellanza” e riconoscenza, presenzia a qualche evento sapendo che mostrarsi possa giovare a chi l’opera deve promuoverla. In altre parole: ha fatto un favore a un amico perché, se fosse stato per lui, sarebbe rimasto a casa a fare altro. Suonare o magari dedicarsi a qualche hobby prediletto.

L’assenza ai BAFTA e agli Actor Awards

Proprio sull’onda di questo suggerimento non era presente ai BAFTA (premi del cinema britannico considerati funzionali in chiave Oscar) e ha snobbato gli Premi per gli attori. Per inciso: ha vinto in entrambe le occasioni. Vuol dire che i riconoscimenti sono andati a lui, ma non gli ha ritirati di persona. Segno che i grandi eventi, per l’attore, restano più una croce che una delizia.

Non si cura di tutto quel circuito che porta a una premiazione e soprattutto non ha interesse ad alimentare il proprio status di celebrità. Sean Penn è i film che fa: punto. Il resto, in ordine di importanza, è dato dalla famiglia, qualche amico e alcuni momenti indimenticabili che non passano – quasi mai – per i red carpet internazionali.

Il premio per Mystic River e quel Golden Globe non ritirato

Tornando agli Oscar, fu candidato altre tre volte – prima del premio ricevuto per Mystic River – e in nessuna occasione scelse di presenziare. Quando fu effettivamente premiato, è possibile dire che si trovasse lì per “caso”: o meglio, perché il regista del film – Clint Eastwood – lo ha pregato con tutto sè stesso di presentarsi agli Oscar di quell’anno dopo aver dovuto ritirare il Golden Globe al suo posto poco tempo prima. Un imbarazzo che Eastwood non era più disposto a subito.

Penn doveva, a quel punto, uscire dalla propria comfort zone. In quel contesto l’interprete disse di non dover preparare un discorso da casa perché “gli sembrava presuntuoso”: ha ringraziato rapidamente la squadra di lavoro del film, la moglie di allora (Robin Wright) ed è tornata in platea a guardare il resto della cerimonia tra attese e occhiate di circostanza.

Milk e il “discorso lampo” alla giuria

Cinque anni più tardi (2009) la gloria è tornata a bussare alla porta dell’attore di Santa Monica: Miglior Attore protagonista per Milk. In quell’occasione decise di presentarsi senza troppe difficoltà, ma scelse – come quest’anno – di non fare ‘campagna promozionale’ alla sua immagine. La giuria lo ha votato esclusivamente per la performance perché non si è spesa minimamente per parlare di sè o di quanto ci avrebbe tenuto a ottenere un riconoscimento del genere.

I motivi sono stati chiari dopo qualche anno, quando ha descritto – senza mezzi termini – cosa pensa dell’Academy e dei suoi metodi di valutazione. Nel 2009 tuttavia, durante il discorso di premiazione, si è limitato a dire: “Mi rendo conto di quanto alle volte io renda difficile tollerarmi”. Un modo gentile per sottolineare che, tutto sommato, il suo carattere – per quanto spigoloso possa essere – è quello che lo ha portato al successo. Quindi tanto male non deve essere andato.

Il regalo a Zelenskyj e la rottura definitiva con l’Academy

La “rottura” definitiva con l’Academy avvenne nel 2022 quando Penn chiese ufficialmente all’organizzazione di invitare Volodymyr Zelensky alla cerimonia per parlare degli attacchi che l’Ucraina stava ricevendo dalla Russia nel corso del conflitto in corso ancora oggi. Il leader ucraino aveva presenziato al Festival di Berlino e, per l’attore statunitense, avere anche agli Oscar sarebbe stata una buona cosa. Un bel messaggio anche da parte dell’America rispetto a quel che stava accadendo in Europa.

L’Academy of Motion Picture Arts and Sciences si rifiutò e Penn la prese sul personale: in un primo momento si scagliò contro l’organizzazione asserendo che, se non avesse cambiato idea sulla presenza di Zelensky a Los Angeles (anche attraverso un collegamento, avrebbe fuso le sue due Statuette vinte in segno di disprezzo.

Una vittoria di Pirro

Atto che avrebbe immortalato in una cerimonia pubblica. Non accadde nulla di tutto questo, ma in segno di gratitudine verso il Presidente dell’Ucraina ha deciso di regalargli uno dei due Oscar vinti che il leader nativo di Kryvyj Rih conserva sulla sua scrivania per rispetto e riconoscenza. Ultimo atto che sancisce la definitiva avversione di Penn nei confronti dello star system americano: capisce le sue regole, ambisce a eventuali riconoscimenti, ma non si spreca – né si batte – per tutto ciò in cui non crede davvero.

Quindi, vederlo agli Oscar nel 2026 sarà una sorpresa. Anche in questo caso da annoverare nel ‘reparto’ casualità di una vita fatta di forti emozioni, scelte difficili e gesti inequivocabili che raramente hanno coinciso con l’agitazione di una Statuetta. Non c’è due senza tre, pensano in molti, ma Penn – se davvero dovesse vincere il terzo Oscar della propria carriera – potrebbe regalare anche questo. O, alle brutte, usa come fermaporta.

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