martedì, Luglio 14, 2026
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il film di Marco Bellocchio sulla famiglia e la libertà

La Settima Arta ha spesso indagato la famiglia come un rifugio, o come il luogo in cui impariamo a conoscere noi stessi. Pugni in tascaesordio alla regia di Marco Bellocchio arrivato nelle sale nel 1965, ha scelto invece di trasformarla in una prigione. Una casa isolata, abitata da corpi fragili e desideri repressi, diventa il teatro di una ribellione tanto feroce quanto disperatain cui il sogno della libertà finisce per confondersi con quello della distruzione.

A oltre sessant’anni dalla sua uscita, il film rifiuta di offrire al pubblico una posizione rassicurante. Bellocchio non chiede di confrontare i suoi personaggi, né costruisce una spiegazione morale capace di risolvere il loro caos: li osserva mentre si feriscono, si desiderano, si respingono e tentano inutilmente di liberarsi gli uni dagli altri.

Al centro della storia c’è una famiglia senza padre, chiusa in una villa della provincia piacentina. La madre è cieca e dipende completamente dai figli. Augustoil maggiore, lavora e mantiene tutti, coltivando il desiderio di costruirsi una vita lontano da quella casa. Giulia vive un rapporto ambiguo e ossessivo con i fratelli, mentre Leone è affetto da una disabilità che lo rende ancora più vulnerabile. Poi c’è Alessandrointerpretato da Lou Castel: intelligente, epilettico, imprevedibile e dominato da una rabbia che non riesce più a contenere.

Alessandro è convinto che l’unico modo per ripristinare ad Augusto la possibilità di vivere liberamente sia eliminare il peso della famiglia. La sua idea di emancipazione assume così la forma di un progetto omicida: sacrificare la madre ei fratelli affinché almeno uno di loro possa fuggire. È un ragionamento delirante, ma nella logica deformata del personaggio diventa quasi un gesto d’amore, una missione necessaria per spezzare una catena che sembra destinata a non finire mai.

La famiglia non è semplicemente disfunzionale: è un organismo che consuma chiunque ne faccia parte. Ogni personaggio desidera la libertà, ma nessuno sembra davvero in grado di immaginarla senza la scomparsa degli altri. Non esistono solidarietà o affetti puri, soltanto legami contaminati dal rancore, dalla dipendenza e dal senso di colpa.

Bellocchio demolisce così uno dei pilastri simbolici dell’Italia del dopoguerra. Nel pieno del boom economico, mentre il Paese celebrava la crescita e la conquista di una nuova stabilità, Pugni in tasca mostrava ciò che poteva nascondersi dietro l’immagine rispettabile della famiglia borghese: repressione, malattia, violenza e un bisogno di fuga incapace di trovare una direzione.

La casa in cui si svolge gran parte della storia non protegge i suoi abitanti dal mondo esterno; al contrario, sembra averli esclusi dalla vita. Le stanze, le scale ei corridoi diventano lo spazio di rituali ripetuti, provocazioni e silenzi soffocanti. Tutto appare immobile, come se il tempo avesse smesso di scorrere ei personaggi fossero condannati a interpretare per sempre gli stessi ruoli.

In questa atmosfera claustrofobica, Alessandro trasforma ogni gesto in una sfida contro l’autorità e contro i simboli che la rappresentano. Le preghiere, i funerali e le convenzioni cattoliche non offrono alcuna consolazione: sono riti svuotati, ripetuti da persone che hanno perso qualsiasi fede nel loro significato. La religione, come la famiglia, appare incapace di contenere il disordine che attraversa i protagonisti.

Una delle immagini più celebri del film arriva durante il funerale della madre, quando Alessandro salta sopra il feretro come se fosse un ostacolo ginnico. È un gesto assurdo, crudele e quasi infantile, che annulla in un istante la solennità della morte. Poco dopo, gli oggetti appartenuti alla donna vengono bruciati in un falò che dovrebbe segnare una liberazione, ma che finisce per rivelare tutta la sterilità della ribellione.

Distruggere il passato, infatti, non basta a costruire un futuro. Alessandro riesce a infrangere i simboli dell’autorità, ma non sa cosa mettere al loro posto. La libertà che segue è puramente negativa: significa soltanto non avere più vincoli, responsabilità o persone di cui occuparsi. Una volta cancellati quei legami, però, non rimane alcuna identità nuova da abitare.

Lou Castel rende il personaggio impossibile da dimenticare. Il suo Alessandro alterna lucidità e delirio, ironia e violenza, fragilità fisica e desiderio di dominio. Le crisi epilettiche diventano la manifestazione concreta di un corpo incapace di contenere la pressione che lo attraversa, mentre i movimenti ossessivi e le provocazioni esprimono il tentativo disperato di esercitare un controllo sulla propria esistenza.

Anche la forma del film partecipa a questa ribellione. Il bianco e nero di Alberto Marrama è ruvido e tagliente, mentre il montaggio di Silvano Agosti interrompe la continuità tradizionale e imprime alle immagini un’energia nervosa. La musica di Ennio Morricone accompagna gli eventi con un tono insieme tragico e sarcastico, trasformando la vicenda familiare in una sorta di messa profana.

Quando venne presentato al Festival di Locarno, Pugni in tasca dividere profondamente pubblico e critica. Alcuni lo consideravano sacrilego e intollerabile, mentre altri riconobbero immediatamente l’arrivo di una voce nuova. Bellocchio aveva soltanto ventisei anni, ma con il suo primo film riuscì a separarsi tanto dall’eredità del neorealismo quanto dalle forme più consolidate del cinema d’autore italiano. La sua opera non cercava di comprendere con indulgenza la società, ma di aggredirne le certezze. La famiglia, la religione e la rispettabilità non erano più istituzioni da difendere o correggere: diventavano costruzioni da mettere in discussione fino alle fondamenta.

Pugni in tasca resta così uno dei racconti più brutali del nostro cinemaperché porta alle estreme conseguenze impulsi che possono esistere dentro ogni legame: il bisogno di appartenenza e quello di fuggire, l’amore e il rancore, la cura e il desiderio di non essere più responsabili di nessuno.

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