Di che parla l’Odissea?
È l’epica di un uomo che impiega vent’anni per tornare alla sua terra e riprendere il controllo del suo Regno? Delle sue doti di astuzia, curiosità e resilienza?
È un romanzo d’avventura, il viaggio di un gruppo di marinai che esplorano terre magiche e pericolose?
È una saga familiare, il racconto del legame tra un uomo, una donna e il loro figlio, di come questo resiste ad ogni genere minaccia, naturale e soprannaturale?
È tutte queste cose, certo, ma soprattutto non è un poema bellico. Se l’Iliade è il luogo (Troia) e il momento (51 giorni, l’ultimo anno) di una grande battaglia, l’Odissea racconta le conseguenze lungo un arco di tempo di 10 anni.
Si può immaginare che Nolancome grande narratore occidentale (per le dimensioni del pubblico che raggiunge, dell’attenzione che gli dedichiamo), si sia posto le domande necessarie su quale storia avesse senso raccontare dopo Oppenheimer – quale storia raccontare dentro questo mondo, di fronte a quello che vediamo tutti i giorni. Ecco, allora, avrà pensato che nell’Iliade non c’è l’Odissea, ma nell’Odissea c’è l’Iliade: nel gioco dei flashback, dei racconti e dei ricordi (il Tempo, ancora, nucleo dell’ispirazione nolaniana), la guerra di Troia riecheggia ovunque. L’Odissea tuttavia si concentra sul dopo, pone una domanda sul futuro, racconta una possibilità.
Di che parla allora l’Odissea di Nolan?
È il viaggio all’inferno di un gruppo di dannati, un processo di spiazione, un racconto dell’orrore. Anche questo è nel libro, certo, come tutto il resto, ma un film è una prospettiva, come ogni inquadratura è un’idea di mondo. A Nolan interessa il trauma, oggi diremmo la sindrome post-bellica. Il suo sguardo su Troia non è diverso da quello di Oliver Pietra sul Vietnam: il suo plotone (Plotone) ha fatto e visto le stesse cose, ha di fronte lo stesso destino.
Ma la cosa forse più interessante (e contemporanea) del film, e anche quella dove il perimetro del libro (scrive però uno che non lo riprende in mano da tanto tempo) è più forzato, è che a tradurre questa lettura pacifista in dialoghi e azioni siano i personaggi femminili di Omero, tutti in qualche maniera “rivoltati” rispetto alla vulgata scolastica, alle lezioni che ci sono rimasti nelle orecchie da quando eravamo ragazzini.
Straordinaria, su tutte, Circeche pone gli uomini di fronte alla loro natura.
E Calipsoche capisce il tempo necessario a Ulisse per guarire, e con il Lotto lo protegge da sé stesso.
E le sirene, che conducono alla pazzia perché portano alla luce il rimosso, la colpa ei desideri.
E Elenanon motore ma bottino di guerra, sfigurata, schiavizzata (ecco il senso di scegliere un’attrice afrodiscendente).
E Clitennestrache come in Eschilo uccide con le sue mani (e non corrompendo l’amante Egisto) Agamennone, che aveva sacrificato a Zeus la loro primogenita Ifigenia.
E Atena.
L’Odissea è per Nolan una risposta al nostro tempo, esattamente come lo è Giorno della divulgazione per Spielberg: il motore morale che li muove è lo stesso, cambia la sensibilità. Spielberg è ottimista, Nolan è fatalista. Spielberg sollecita, Nolan osserva. Spielberg crede nel progresso, Nolan è ossessionato dalla circolarità del tempo (PRINCIPIO), si aggrappa ai cicli della storia.
Diviso in tre parti non diversamente dal poema (La Telemachia, I viaggi di Ulisse, Il ritorno a Itaca), il film contiene moltissimi richiami alla filmografia del regista. Inzia su una spiaggia, teatro di guerra, esattamente come Dunkerque. L’isola di Calipso in cui Odisseo perde la cognizione del tempo è quasi un deja-vu del sogno in cui si rifugiano e invecchiano Cobb e Mal in Inizio. Il desiderio di ritorno, di ricongiungimento familiare di Ulisse di fronte al tempo inesorabile, ai figli che invecchiano, è lo stesso di Cooper in Interstellar.
Lo spazio come il mare, Ogigia come il pianeta di Miller, che non a caso era un oceano dalle onde altissime.
E così questa Odissea pacifista e femministaspettacolare e dolorosa, è un gesto cinematografico coerente, radicale e commovente.
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